I limiti ai compensi degli amministratori delle partecipate di Stato: un romanzo

A volte il diritto è simile ad un romanzo, una sorta di narrazione che può essere anche affascinante, finanche con colpi di scena nei momenti “clou”.

Un tipico esempio è il “tetto” ai compensi per gli amministratori delle società controllate dallo “Stato” (o meglio da altre PP.AA.), cioè quel variegato universo di spa, srl, cooperative, consorzi, ecc…, che hanno come unici azionisti le pubbliche amministrazioni, e che negli anni passati hanno erogato compensi agli amministratori anche di molto superiori al mezzo milione di euro l’anno.

Ora, bando alle ciance: qual è il limite dei compensi per gli amministratori? Iniziamo a raccontare….

C’era una volta i d.l. 201/2011 art. 23-bis, che, nel testo in vigore dal 28-12-2011 al 27-2-2012, recitava:

con  decreto  del  Ministro dell’economia e delle  finanze,[…] le  società’   non   quotate, direttamente controllate dal Ministero dell’economia e delle  finanze ai sensi dell’articolo 2359,  primo  comma, numero  1),  del  codice civile,  sono  classificate  per  fasce  sulla  base di indicatori dimensionali quantitativi  e  qualitativi.

Sulla base di tale classificazione, poi dovevano essere parametrati i compensi degli amministratori.

Subito ci si accorge, però, che non vi era nessuna “data di scadenza” per tale classificazione. Quindi, dopo appena due mesi, il 28-2-2012 nel testo è inserita la frase “ da  emanare  entro  il  31  maggio 2012”

Il decreto non è stato emanato in tempo, quindi il 15-8-2012 è stato aggiunto al medesimo articolo il comma 5-bis, che recitava:

5-bis. Il compenso stabilito ai sensi dell’articolo  2389,  terzo comma, del codice  civile,  dai  consigli  di  amministrazione  delle società non quotate, direttamente o indirettamente controllate dalle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, non puo’ comunque essere superiore al  trattamento  economico  del  primo  presidente della  Corte   di cassazione. Sono in ogni caso fatte salve le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono limiti ai compensi inferiori  a quello previsto al periodo precedente.

Quindi, finalmente, un limite chiaro, evidente, misurabile!

Attenzione, però, all’espressione “non quotate”. La “ratio” della disposizione era che la limitazione si applicasse solo a quegli organismi i cui titoli non erano quotati in borsa, perché quest’ultimi invece sarebbero stati regolati da logiche di mercato e controllate dagli investitori.

Però, si precisava con il (D.L. 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 135, art. 2, comma 20-quinquies), che

 “Le disposizioni  […] si  applicano  a decorrere  dal  primo  rinnovo  dei consigli   di   amministrazione successivo alla data di entrata in vigore della legge di  conversione del presente decreto e ai contratti stipulati  e  agli atti  emanati successivamente alla  data  di  entrata  in  vigore  della  legge di conversione del presente decreto”.

Quindi non subito! Comunque un’importante società pubblica doveva rinnovare il consiglio di amministrazione ad agosto del 2013; bastava aspettare circa un anno.

Arriva agosto 2013 e la nomina del nuovo consiglio di amministrazione. Ecco, si dirà, finalmente si applica questo limite ai compensi! Tra l’altro, in quella società i compensi per l’amministratore delegato erano di quasi 800.000 euro l’anno. Pensate che taglio, fino ai 310.000 euro circa dell’allora primo presidente della Corte di Cassazione!

Ma, e qui arriva il colpo di scena, pochi giorni dopo il rinnovo del consiglio di amministrazione, viene introdotto un nuovo comma con efficacia dal 21-8-2013.

5-quater.   Nelle   società   direttamente   o    indirettamente controllate dalle pubbliche amministrazioni di  cui  all’articolo  1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, che  emettono esclusivamente strumenti finanziari, diversi  dalle  azioni,  quotati nei  mercati  regolamentati nonche’ nelle  societa’  dalle   stesse controllate, il compenso di cui all’articolo 2389, terzo  comma,  del codice civile per  l’amministratore delegato  e  il presidente  del consiglio d’amministrazione non puo’ essere stabilito  e corrisposto in misura  superiore  al  75  per  cento  del trattamento  economico complessivo a  qualsiasi  titolo  determinato,  compreso quello  per eventuali rapporti di lavoro con la medesima societa’, nel corso del mandato antecedente al rinnovo.

Questo comma, quindi, sembra introdurre una normativa speciale per le società c.d. “quotate”, che non fissa un limite assoluto, ma fissa solamente un obbligo di riduzione al 75% (quindi -25%) rispetto al precedente compenso.

Ma, qualcuno noterà, non è scritto “società quotate”.

Ebbene sì, perché il legislatore si accorge che le “società quotate” in borsa e partecipate dallo Stato si contano sulle dita di una mano. E allora? Crea la fattispecie di società che “emettono strumenti finanziari”. Che cosa vuol dire? Che se una società emette un’obbligazione rientra già in questa fattispecie. Facile no?

Sì, ma non deve essere quotato in borsa tale strumento finanziario? Ni. La disposizione di legge fa riferimento a mercati regolamentati, non alla borsa di Milano. Quindi basta trovare qualche “mercato regolamentato”, magari con vincoli meno stringenti di quello italiano, e l’obbligazione si fa quotare lì. Ok.

Ma entro quando bisogna emettere queste obbligazioni per evitare la “tagliola” degli stipendi? Lo stabilisce il comma  5-sexies:

Le disposizioni di cui ai commi 5-quater e 5-quinquies si applicano limitatamente   al   primo   rinnovo   dei   consigli   di amministrazione successivo alla  data  di  entrata  in  vigore  della presente disposizione ovvero,  qualora  si  sia  gia’  provveduto  al rinnovo, ai compensi ancora da determinare ovvero da  determinare  in via  definitiva

Ok, quindi per i consigli di amministrazione che si erano insediati nell’agosto del 2013, vi erano 3 anni di tempo, fino ad agosto 2016. Un po’ di respiro, non sia mai tagliare gli stipendi!

Il nostro martoriato art. 23-bis, comunque non trova pace. Sono tanti i tentativi di cambiarlo, anche perché non tutte le società partecipate possono emettere obbligazioni.

Ma la disposizione resiste, anzi si inasprisce, perché con efficacia a partire dal  1-1-2016 il legislatore determina il compenso massimo in 240.000 euro annui (quindi non si fa più riferimento allo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione).

Per i mega-stipendi sembra arrivata la fine! Ad agosto 2016, data del rinnovo, bisognerà tagliare gli stipendi! Ormai non c’è più scampo.

Ma ecco il colpo di scena! E’ vero che in Parlamento tutti gli emendamenti e disegni di legge per modificare la disposizione hanno poca fortuna, ma su un binario parallelo è in via di approvazione il testo unico sulle società partecipate. Dico binario parallelo, perché il decreto legislativo, com’è noto, è un atto del governo e non “passa” dal Parlamento.

Infatti, a spazzare ogni speranza di tagli ai mega-stipendi, arriva appena in tempo il d.lgs. 175 del 19-08-2016 e che abroga il commi da 5-bis a 5-sexiex del nostro eroico art. 23-bis. In cinque anni di “sopravvivenza”, non era riuscito a definire il limite ai compensi per le società quotate, e veniva “pensionato”.

Ma come? Finisce qui la storia?

No, il d.lgs. 175/2016  all’art. 11 stabilisce al comma 6 per le società partecipate che il trattamento economico annuo onnicomprensivo da corrispondere agli amministratori, ai titolari e componenti degli organi di controllo, ai dirigenti e ai dipendenti, non potra’ comunque eccedere il limite massimo di euro 240.000 annui.

Bene, sembra che quindi il testimone sia passato solo di mano! Nì, perché anche stavolta c’è un rinvio, in quanto viene precisato (art. 26 comma 5) che

Nei dodici mesi  successivi  alla  sua  entrata  in  vigore,  il presente decreto non  si  applica  alle  societa’  in  partecipazione pubblica che, entro la data del 30 giugno 2016, abbiano adottato atti volti all’emissione di strumenti finanziari,  diversi  dalle  azioni, quotati in mercati regolamentati. I  suddetti  atti  sono  comunicati alla Corte dei conti entro sessanta giorni dalla data di  entrata  in vigore del presente decreto. Ove entro il suddetto termine di  dodici mesi il procedimento di  quotazione  si  sia  concluso,  il presente decreto continua a non applicarsi alla stessa societa’.

La disposizione quindi stabilisce la disapplicazione per le società “quotate”, anzi no, anche per le società non quotate che hanno emesso strumenti finanziari, anzi no, anche per quelle che li emetteranno e che li hanno solamente decisi alla data del 30 giugno 2016, anzi no, anche per quelle che hanno solamente posto in essere “atti volti all’emissione di strumenti finanziari”.

La terminologia è talmente vaga, che persino una mail interna potrebbe essere fatta valere come “atto”.

In ogni caso, in ossequio alla certezza del diritto, si stabilisce che il procedimento di quotazione si deve concludere entro dodici mesi. Non si comprende se i dodici mesi decorrono dal 30 giugno 2016 (come sembrerebbe), o dalla data di entrata in vigore del decreto (settembre 2016).

Fatto sta, che a luglio 2017 è emesso un grosso prestito obbligazionario di una società partecipate dallo Stato, quotato non sulla borsa italiana, ma su un mercato regolamentato estero.

Fiuuuu, l’abbiamo scansata bella! Ti immagini dovevamo tagliarci gli stipendi a 240.000 euro! Una vita da poveracci!

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